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Grazie alla Lazio, la Capitale rompe l'asse Torino-Milano

APPROFONDIMENTO

C’è qualcosa di nuovo nel campionato di calcio: un campionato. Le ultime stagioni ci avevano abituato, fino quasi alla noia, a nessun mutamento climatico: un eterno bel tempo per la Juventus e tutte le altre ad arrangiarsi, lontane da quella Luna in bianco e nero. Sì, la Lazio specialmente era bravissima a vincere qualcosa ogni tanto, spesso con merito, pure se c’era chi voleva vedere i trofei che andavano arricchendo le mensole di questa antica e gloriosa polisportiva (la più grande d’Europa) solo briciole lasciate dalla voracità sabauda. Era tanto, ma sembrava poco. La Coppa Italia? Un portaombrelli. La Supercoppa? Un incidente di percorso degli abbonati al trofeo, inseguitori seriali però della Champions, la cui mancanza sentono fin nelle viscere. E il bello è che questo campionato ritrovato non si ferma sulla “Mi-To”, la direttrice Milano-Torino lungo la quale, andata e ritorno, tutto passa o si vorrebbe far passare. C’è anche Roma in questo triangolo d’oro, pure se non si chiama Roma (che per il titolo lotto dieci anni fa con Ranieri), nel caso, ma Lazio. La Lazio sì. Ed è bello, anche se per la città in giallorosso può sembrare “doloroso”, che nella passione della lotta per il vertice, ci sia una squadra della Capitale, proprio in una congiuntura nella quale la Capitale non ha poi tante cose di cui andare fiera. La Lazio quel “quid” glielo sta dando. Anche perché è così diversa da quelle che “soldi alla mano” hanno fatto il più d’un secolo di storia del calcio, che non è storia piccola giacché impegna sentimenti ed energie della maggioranza. Lassù al Nord vige la legge dello “spendere e spandare”, chiamato anche “investire”. Qui la Lazio di Claudio Lotito ha costruito qualcosa di solido senza badare al luccichio dei nomi, ma alla solidità del ben fatto, “investire in capacità”. È una Lazio ragionevole e ragionata, dove tutti hanno fatto e stanno facendo bene. Una curiosità statistica dice che nella storia della serie A, a questo punto dell’intero stagione, l’ultima volta che tre squadre si racchiusero in tre punti fu l’anno fra il 2000 e il 2001. Nel 2000 lo scudetto fu della Lazio, nel 2001 della Roma. Il che vuol dire che quando si riesce (con bravura, sapienza tecnica e finanziaria, va riconosciuto) a costruire qualcosa, Roma c’è e si chiama Lazio. E la Juventus e l’Inter, oggi coniugate a due filosofie che hanno fatto la “fenomenologia del pallone” negli ultimi anni, chiamata Sarrismo o Contismo, debbono farci i conti. Perché c’è il Lotitismo, l’Inzaghismo. Ciro Immobile non si presta al gioco dell’ismo. Questa Lazio costruita un mattoncino dopo l’altro è da anni che riscuote il plauso del “gioca bene”, il contentino dell’elogio. Ora a Torino juventina e Milano interista non suscita solo condiscendente ammirazione: fa paura. Anche perché non ha usato armi loro: il soldo. L’altra novità del campionato è questa: se uno ci sa fare può mettere su qualcosa che piace e che può lottare alla pari e magari, chissà, perfino vincere. Anche nella città di Roma, pure se ha un altro nome, sportivamente buono quanto l’altro. O di più? E senza lo “zio d’America”… Meditate, Trigoria, meditate. La “colpa” non è la città e forse non è neppure in città... Ilmessaggero.it