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I gialli di Maradona: gli ultimi giorni del Diez e il buco di cinque ore prima della morte

APPROFONDIMENTO

Quanta morte, nell'ultimo mese di vita di Diego Maradona. E adesso c'è anche un indagato per omicidio colposo: è il dottor Leopoldo Luque, il chirurgo che operò Diego al cervello.Ieri hanno perquisito la sua casa e il suo studio, ma lui si difende con veemenza dall'accusa di incuria nel ricovero domestico e negligenza: «So di avere fatto tutto il possibile e anche di più, ho le prove e lo dimostrerò. Perché non indagano su chi era Maradona? Mi cacciava di casa e poi mi richiamava indietro. Non voleva neppure alzarsi dal letto per ricevere le figlie. Nessuno poteva obbligarlo a fare qualcosa, tantomeno ricoverarlo in manicomio contro la sua volontà. E comunque è morto di cuore, la cosa più comune al mondo. Diego odiava tutti ma era mio amico e aveva bisogno di aiuto. Dopo l'operazione ha lasciato la clinica perché era autorizzato e stava bene». Però è morto solo.
25 ottobre. Il pomeriggio è tiepido. Diego Armando Maradona ha dato appuntamento agli inviati di France Football per l'intervista che celebrerà i suoi 60 anni. Li aspetta a casa Ha accettato di parlare purché da Parigi gli portino una copia del Pallone d'oro alla carriera che gli venne assegnato nell'89, poi rubato a Napoli dalla camorra e fuso.
30 ottobre. Diego compie 60 anni. Sogna una festa con Dalma, Gianinna, Jana, Diego junior e Diego Fernando, i suoi figli. Non è possibile, c'è il Covid. Nel pomeriggio lo portano, ma più che altro lo sorreggono, sul campo del Gimnasia La Plata, la squadra di cui è ormai allenatore simbolico. Lo trasportano Marcelo Tinelli, giornalista televisivo, e Claudio Tapia, presidente della Federcalcioargentina. Diego trema, barcolla. Quando torna a casa vuole restare solo. Guarda un poco di calcio in televisione, ascolta commosso gli omaggi di Ronaldinho, Bochini, Bobo Vieri, Mourinho, Fillol, Burruchaga, Pumpido. Non ha appetito: stranissimo, per lui. Non cena. Si toglie dal gruppo WhatsAppdel Mundial '86.

31 ottobre. Probabilmente è il giorno della caduta, quando Maradona batte la testa sul pavimento.
Ma non vi sono certezze. Il suo medico Leopoldo Luque, 39 anni, vuole ricoverarlo per una serie di controlli. Anche il suo avvocato Matias Morla insiste. «Mi volete internare!» grida Diego nella ricostruzione del Clarín, poi però lo convincono. Il potentissimo Morla, "il suo carceriere" come lo chiama Gianinna. E quel dottore così giovane, così affabile e ricco.
1 novembre. «Diego, andiamo subito nella clinica del dottor Flavio Tunessi», gli ripete Luque. «Ma io devo allenare, presto ci sarà Gimnasia- Velez!», ribatte il campione, invano. Lo portano all'Ipensa di La Plata. I primi esami non sono buoni, Maradona presenta un quadro di forte scompenso, è anemico, disidratato e pieno di farmaci. Gli fanno due trasfusioni e gli danno vitamine.
2 novembre . Una Tac evidenzia l'ematoma subdurale al cranio. Diego si spaventa, vuole sapere, vuole capire. Il dottor Leopoldo Luque è neurochirurgo e spiega a Maradona che dovrà essere operato, però in un altro ospedale. L'ennesima nuova morte che si sta avvicinando.
3 novembre. Luque spiega in conferenza stampa che l'intervento sarà "di routine". Gli piace parlare davanti alle telecamere, sorride compiaciuto. Diego viene trasferito all'ospedale Olivos di Buenos Aires, lo accompagna la figlia Gianinna. Pellegrinaggio di tifosi, candele e preghiere. A mezzanotte italiana, il dottor Luque comincia a incidere il cranio di Diego. L'intervento dura 50 minuti, ilfisico di Maradona risponde bene.
9 novembre. Sta meglio, vorrebbe già andarsene. Chiede a un altro malato se gli presta i vestiti per fuggire. «Ma io non vorrei essere Maradona nemmeno per un minuto», risponde quello. «A volte neppure io», gli confessa Diego.
10 novembre. Un sorriso a denti stretti: è la prima fotografia col cerotto tra i capelli, stranamente non rasati. In fondo è un selfie dell'immancabile dottor Luque. Diego appare gonfio, smarrito.
11 novembre. Lo portano via, o forse è lui che li costringe a farlo. Lo dimettono: incautamente? Il dottor Luque provvede al ricovero domiciliare presso una villa privata a Tigre, 28 chilometri a nord di Buenos Aires, barrio di San Andrés, avenida Italia è l'indirizzo. Lì vicino abitano Dalma eGianinna. Di Diego si occuperanno il nipote Johnny Esposito, figlio di sua sorella Maria Rosa, lo psicologo Carlos Diaz, la psichiatra Agustina Cosachov, l'infermiera Gisela Madrid e la cuoca Monona, una signora che a Maradona ricorda la madre, l'adorata Doña Tota. Però non c'è un medico 24 ore su 24, nemmeno il defibrillatore.
13 novembre. Diego sembra più tranquillo, si lascia accudire, non fa storie ma dura poco. Nei due giorni successivi ha sbalzi d'umore tipici della depressione, è malinconico, immagina di poter tornare a Cuba, mangia sempre meno e rifiuta il ricovero in un'altra clinica per la riabilitazione. Si sta lasciando andare.
17 novembre. Non ha più voglia di vivere, non ricarica i cellulari, li getta via, è stremato dall'ansia, prende di nuovo troppe medicine. Ha dolori tremendi alle gambe e alle ginocchia. Alla psichiatra Agustina dice: «Nessuna donna mi ha mai domato, pensa forse di riuscirci lei?».
19 novembre. Il dottor Luque lo va a visitare e lo trova sempre a letto. Gli dice di alzarsi, di sforzarsi. Diego s' infuria, vede che il dottore ha preso un pacchetto di biscotti e lo insulta:«Figlio di puttana, vai a mangiare a casa tua!». Tenta di colpirlo con un pugno.

24 novembre. La cuoca Monona gli prepara un tramezzino per cena, ma Diego non lo assaggia neppure.
Il nipote Johnny lo vedrà vivo per l'ultima volta a mezzanotte. 25 novembre. Sono le sette e mezza,c'è trambusto. L'infermiera Gisela dichiarerà di avere assistito il paziente per tutta la mattina, poi ritratta dicendo di essere stata costretta a mentire. Il dottor Luque in casa non c'era, tuttavia alle12.17 è lui a chiamare i soccorsi senza fare il nome di Maradona, e con un tono di voce troppo calmo, come se tutto fosse già accaduto. Quando sei davvero morto, Diego? C'è un vuoto di cinque ore da chiarire, prima dell'arrivo di quelle inutili ambulanze.
la Repubblica