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Focolaio Covid in nazionale: 14 i club potenzialmente interessati

APPROFONDIMENTO

Dalla tavola della Nazionale ai campi della Serie A. Col rischio di paralizzarla. Tra notizie ufficiali e ufficiose, tra le positività confermate e quelle sussurrate, il ritiro degli azzurri è diventato terreno di coltura per il coronavirus: nei 10 giorni trascorsi dagli azzurri nella bolla imposta dal protocollo Uefa per le 3 partite di qualificazione al Mondiale, in 18 persone hanno contratto il Covid. Sei soltanto tra i calciatori (e ci sarebbe almeno un altro caso sospetto), visto che a Bonucci (Juventus) e Verratti (Psg) si sono aggiunti proprio ieri Florenzi (Psg anche lui), Grifo (Friburgo), Sirigu (Torino) e Cragno (Cagliari). Non proprio casuale: Bonucci, Verratti e Sirigu infatti hanno diviso la tavola nei lunghi giorni di ritiro, prima a Coverciano, poi a Parma, infine a Sofia e a Vilnius, giorni in cui il gruppo ha anche festeggiato le 100 presenze del difensore juventino con un brindisi offerto da lui. A tavola con i tre sedevano anche Donnarumma e Insigne, che non risultano contagiati. Sirigu, tra l’altro, come Cragno, partecipava alle riunioni tecniche accanto a un uomo dello staff positivo. Nello staff azzurro era in tutto 4 i contagiati. Il totale ufficiale sale così a 10. Indiscrezioni non confermate né smentite parlano della positività di altri 8 componenti della spedizione (3 dirigenti, 1 membro della delegazione e altri 4 tecnici dello staff di Mancini) porterebbero la somma addirittura a 18. Quasi il 25% della delegazione, formata da un’ottantina di persone. La bolla è scoppiata e adesso le 14 squadre che avevano calciatori tra i 38 convocati sono in ansia: 30 di loro, infatti, sono saliti sul volo charter di rientro della squadra dalla Lituania all’Italia, altra occasione potenziale di contagio. I passeggeri, quando si sono imbarcati, erano risultati tutti negativi all’ultimo tampone a Vilnius e ignoravano il rischio. Ma qualcuno, ad esempio Bonucci che al primo tampone italiano si è subito scoperto positivo, poteva già essere contagioso. Così in teoria altri, tra giocatori, tecnici e membri della delegazione federale, potrebbero ancora positivizzarsi nei prossimi giorni: certezze, sui tempi e origine del cluster, non si hanno. Il primo caso, tra gli azzurri, è emerso tra il raduno fiorentino di domenica 21 marzo e il trasferimento a Parma il 24, col segretario isolato e rispedito a casa. È verosimile però che a quel punto il cluster azzurro si fosse già sviluppato, ma è a Sofia che sono cominciati i veri guai, e c’entra poco il fatto che la popolazione bulgara, malgrado l’alto tasso di contagio nel loro Paese, si astenga dall’indossare la mascherina. La squadra è rimasta in bolla al Grand Hotel Millennium, dove occupava 3 piani e un’ala riservata, e si è spostata per gli allenamenti allo stadio del Cska sui 2 pullman previsti dal protocollo, tornando in albergo a fare la doccia. Eppure lunedì 29, dopo la partita, il mal di gola di un collaboratore di Mancini ne ha suggerito l’isolamento insieme al collega a più stretto contatto: entrambi imbarcati per l’Italia martedì 30, mentre la squadra e il resto della delegazione, con tampone negativo, volavano a Vilnius. Gli eventi sono precipitati da quel momento. Il Sassuolo, che aveva raccolto critiche per aver deciso di isolare Locatelli e Ferrari e non farli giocare con la Roma, oggi sembra un modello per il futuro. Perché nonostante tutte le precauzioni prese, Cragno e Sirigu hanno giocato, sabato, contro Verona e Juve. Che domani affronta il Napoli: un girone dopo, ancora con l’ombra del Covid.

M.P. - la Repubblica