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La Lazio gioca, la Roma incide: un pari senza gol, ma non senza emozioni

RASSEGNA STAMPA

Senza gol, ma con un palo e una traversa della Roma e con lucide iniziative e buone occasioni della Lazio. Il derby non si è smentito, l’ha giocato di più la squadra di Inzaghi, ma è stata quella di Di Francesco ad avvicinarsi di più alla vittoria. Sommando i due tempi, un’ora di Lazio (i 30' iniziali del primo e del secondo) e mezz’ora di Roma, nei finali dei due tempi (nel secondo stava per sfruttare l’espulsione di Radu), con il palo di Bruno Peres e la traversa di Dzeko. Lo 0-0 alla fine strideva, per quanto si era visto in campo e per la costituzione tecnica delle due squadre. Del resto erano più di 4 anni che questa partita non finiva senza un gol. Il senso finale, in prospettiva classifica, è che oggi le due romane sarebbero in Champions, avendo sorpassato l’Inter anche se di un solo punto. La corsa è aperta e alla volata Roma e Lazio si annunciano in buone condizioni.

LE PREMESSE.

Sono state le opposte condizioni psicologiche a indirizzare il gioco del derby. La Lazio sentiva la necessità di creare, di attaccare, per scrollarsi di dosso il trauma di Salisburgo. Aveva il bisogno di dimostrare a se stessa, e non solo alla Roma, che in Austria si era trattato solo di un terribile episodio, che era ancora salda, che aveva ancora forza e idee. La prima mezz’ora è stata tutta sua con due occasioni da gol (la seconda molto nitida su assist di Milinkovic), entrambe finite sui piedi di Parolo ed entrambe sfumate per poco. La Roma, invece, era molto più soddisfatta di se stessa. L’impresa col Barcellona riempiva ancora d’orgoglio il petto dei romanisti che si preoccupavano di non scoprire troppo la difesa, perché con gli spazi la Lazio ci sa fare. Ma appena la squadra di Inzaghi ha rallentato, la Roma è balzata dentro la partita e stava per piegarla con un assist preciso di Nainggolan, nel corridoio aperto fra Radu e Lulic: il diagonale di Bruno Peres si è spento sul palo. LA POSIZIONE DI NAINGGOLAN.

Prima dell’azione finita sul palo, il lavoro di Nainggolan era stato molto più tattico che tecnico. Garantiva copertura in mezzo al campo quando la palla era laziale, si univa a Schick e Dzeko in attacco quando la palla era romanista. Il belga giocava vicino a Kolarov e alle loro spalle difendeva Juan Jesus, il difensore che Inzaghi aveva scelto di marcare con meno pressione conoscendone le modeste virtù tecniche: meglio far rilanciare lui che Fazio o Manolas. Nel suo momento migliore, alla Lazio è mancato però il solito contributo di mente e di precisione di Lucas Leiva, forse condizionato dall’ammonizione presa dopo 10'.

ANCORA LAZIO.

Dopo aver concesso l’ultimo quarto d’ora del primo tempo, la Lazio si è riappropriata del gioco e ha ripreso a costruire le azioni più pericolose. Ha avuto altre due buone occasioni per segnare con Immobile e Luis Alberto che aveva preso il posto di Felipe Anderson. Il primo cambio di Di Francesco aveva portato più velocità in attacco con Ünder al posto dell’inconsistente Schick. Inzaghi ha raddoppiato i cambi, uno giusto, l’altro un po’ meno: fuori Lulic (esausto) per Lukaku, che ha dato una bella spinta a sinistra, fino a costringere Di Francesco a togliere anche Bruno Peres per far entrare Florenzi; ma fuori anche Felipe Anderson, uno dei migliori della Lazio, per dare mezz’ora a Luis Alberto.

IN 10.

L’espulsione di Radu (doppio giallo, il secondo per un fallo su Florenzi) al 35' ha costretto Inzaghi a togliere Immobile, pure lui in riserva, per confermare la difesa a tre con Bastos. Di Francesco si è ingolosito, ha pensato che era arrivato finalmente il momento della Roma, ha richiamato Bruno Peres e inserito a El Shaarawy, che ha salvato un gol con un gran recupero su Marusic. Il finale è stato un continuo “tu per tu” Dzeko-Strakosha, finito con una traversa (di testa in elevazione su Bastos), un altro colpo di testa respinto dal portiere e un destro uscito di poco, tutto a firma del bosniaco. Sono mancati i gol, non le emozioni.

Corriere dello Sport / Alberto Polverosi

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