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Lazio e Parma: regine di Coppa nel 1998 tra cambi di maglia miliardari

RASSEGNA STAMPA

C’è stato un periodo, qualche lustro fa, durante il quale Lazio e Parma erano società grandi, potenti e ricche. E anche gemelle, nel nome della finanza aggressiva che i loro proprietari condividevano e applicavano in modo concorde pure nel calcio.
Raccontata oggi, è una storia che sembra un sogno svanito d’un colpo tra fallimenti reali o sfiorati, tutto vissuto a velocità supersonica dall’impetuoso Sergio Cragnotti e dal pacato Calisto Tanzi. Ma è anche un’avventura che ha lasciato ai due club vittorie e trofei indimenticabili. Al termine della stagione 1998-99, Lazio e Parma si ritrovarono assieme a essere tra le padroni d’Europa. Quell’anno le coppe erano ancora – e per l’ultima volta – tre anziché due, e biancocelesti ed emiliani ne portarono in Italia una a testa. La squadra allenata da Eriksson, che dodici mesi più tardi avrebbe vinto il secondo scudetto della sua storia, conquistò la Coppa delle Coppe, che dopo quella finale contro il Maiorca (battuto 2-1 grazie ai gol di Vieri e Nedved) venne soppressa; i gialloblù, guidati dall’ingestibile Malesani, trionfarono invece in Coppa Uefa, travolgendo (3-0) quel Marsiglia che tra pochi giorni incrocerà proprio la Lazio in Europa Legue, il trofeo che ha sostituito la Uefa d’un tempo. Se guardiamo le formazioni della Lazio e del Parma che giocarono le finali di Birmingham e Mosca, comprendiamo alla perfezione quale sia il significato di società gemelle. In biancoceleste quella sera contro il Maiorca c’erano, tra campo e panchina, ben quattro giocatori che hanno vestito anche la maglia gialloblù: Almeyda, Couto, Sergio Conceicao e Ballotta. Gli emiliani, dall’altra parte, vennero addirittura trascinati al successo sull’Olympique da attaccanti che sono stati anche laziali, ovvero Crespo e Chiesa, autori del primo e del terzo gol (il secondo lo segnò Vanoli, almeno lui con i colori biancocelesti non c’è mai entrato nulla). E non finisce qui, ovviamente: a Mosca nel Parma c’erano anche Sensini, Dino Baggio, Fuser e Veron, tutti titolari, più il panchinaro Fiore. In pratica più della metà di quella formazione vincitrice in Coppa Uefa ha toccato, prima o dopo, anche la Lazio.Tra Roma e Parma, sulla rotta del latte disegnata da Cragnotti e Tanzi, viaggiavano denari e calciatori, e quelli che erano presenti nelle finali del ‘99 sono solo alcuni di coloro che hanno compiuto, in un verso o nell’altro, quel percorso.
Una strada che avrebbe fatto in precedenza anche Beppe Signori, simbolo della Lazio, se i tifosi non si fossero messi in mezzo. In senso fisico, addirittura, visto che quando Cragnotti annunciò di avere ceduto l’attaccante all’amico Tanzi per 25 miliardi di lire – una cifra che oggi quasi fa sorridere – si trovò migliaia di persone davanti alla sede del club, all’epoca in via Novaro, a due passi da piazzale Clodio.
Nel 1995 i social non esistevano, furono il tam tam di strada e quello delle emittenti radiofoniche a convogliare la gente inferocita fino a là. Ci furono disordini e incidenti, finché alle sei e mezzo della sera Dino Zoff, che della Lazio di Cragnotti era il presidente, annunciò: «Signori resta qui». Ma quel percorso che avrebbe dovuto percorrere Beppe-gol, da lì in avanti, sarebbe stato trafficatissimo.
Il Corriere della Sera

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