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Correa: "Biondo per prendermi la Coppa, che gioia la chiamata di Veron. Pedro Neto è il futuro"

DICHIARAZIONI

Carpe diem, direbbe il suo presidente, il latinista Claudio Lotito. Joaquin Correa ha colto l’attimo e, in quell’istante, ha cambiato la stagione della Lazio, quella personale e, forse, anche il destino di una carriera, la sua, cominciata sotto i migliori auspici e proseguita poi tra alti e bassi che rischiavano di indirizzarlo verso la categoria degli incompiuti. «Prima ancora che arrivasse la palla lanciata da Caicedo - racconta - avevo già deciso cosa fare: puntare e bruciare sullo scatto l'avversario (Freuler, ndr) e poi superare in dribbling il portiere (Gollini, ndr). Qualche minuto prima mi aveva negato il gol con un grande intervento, non volevo correre rischi...». Così è nata la rete che ha regalato la settima Coppa Italia alla Lazio e svelato a tutti il talento del Tucu, nomignolo che si porta dietro da quando si trasferì a La Plata, per giocare con l’Estudiantes, dalla provincia andina del Tucuman.

Un’apoteosi attesa da tempo, no?

«È stata la mia prima coppa, una di quelle sere che sogni fin da bambino».

Per fortuna stavolta non c’era Messi o CR7 di mezzo...

«Era la mia quarta finale. Col Siviglia ne avevo perse due col Barcellona (Supercoppa spagnola 2016 e Coppa del Re 2018, ndr) e una col Real Madrid (Supercoppa europea 2016, ndr). Temevo fosse una maledizione...».

Non poteva proprio sbagliare quella palla a pochi secondi dal termine.

«La cosa più difficile è stata restare lucido, la partita stava finendo e la stanchezza si faceva sentire. I compagni non si capacitavano di come avessi potuto fare quello scatto al 90’».

Nelle ore successive il suo smartphone sarà andato in tilt tra messaggi e chiamate.

«Sì, è vero (ride, ndr). Ma è stata una piacevole tortura. Mi hanno chiamato in tanti dall’Argentina, ma anche dalla Spagna. È stato molto bello».

La telefonata più gradita?

«A parte i familiari, sicuramente quella di Veron, che mi ha lanciato nel grande calcio e a cui sono rimasto legatissimo (la Brujita è stato prima compagno di squadra, poi allenatore e infine pure suo presidente all’Estudiantes, ndr)».

Lo sa che anche lui, diciannove anni fa, vinse una Coppa Italia con la Lazio con i capelli tinti di color oro?

«Sì, sì, me lo ha detto. Abbiamo riso di questa cosa, io non lo sapevo (18 maggio 2000: quattro giorni prima la Lazio aveva vinto il secondo scudetto e molti calciatori biancocelesti si tinsero i capelli di biondo platino per una scommessa, ndr)».

A proposito, come è nato il nuovo look poco prima del match con l’Atalanta?

«Adesso lo posso dire. Visto che le precedenti finali che avevo giocato erano andate tutte male ho deciso di fare qualcosa per spezzare l’incantesimo. È andata bene...».

Beh, a questo punto resterà biondo a vita.

«Non lo so, ma sicuramente per un bel po’ di tempo continuerò ad avere questo look...».

Se la sua compagna Desirée è d’accordo...

«Lo è! Era in tribuna la sera della finale. Questa Coppa la dedico a lei e ai mei genitori, le persone più care. E ovviamente ai tifosi laziali».

L’Italia la conosceva già, per essere stato a Genova. L’impatto con Roma come è stato?

«Una città meravigliosa se non fosse per il traffico... Io e Desirée (Cordero, ex Miss Spagna, conosciuta a Siviglia, ndr) viviamo però non troppo distanti da Formello, così il problema non si pone».

Le fughe in centro per...

«Visitare i monumenti, vivere la città e concedersi qualche cena. Carbonara e amatriciana sono fantastiche».

Per un argentino l’Italia è davvero una seconda casa?

«Sì. Lo pensavo già quando ero a Genova (da gennaio 2015 a giugno 2016 ha giocato nella Samp, ndr), ne sono ancora più convinto ora che sono a Roma. Abbiamo tantissime affinità, per quanto mi riguarda molto più con voi italiani che con gli spagnoli».

E a livello calcistico meglio la Serie A o la Liga?

«In Italia il calcio è più tattico, in Spagna più offensivo. Io però mi trovo meglio in Italia, questo campionato si addice di più alle mie caratteristiche».

Lo ha dimostrato soprattutto negli ultimi mesi.

«Grazie a Inzaghi ho finalmente trovato la mia collocazione ideale. Che non è quella di seconda punta come tutti credono. Io gioco tra le linee, alle spalle della prima punta. Sono più trequartista che attaccante, anche se vado spesso in area. In Spagna ero attaccante esterno. Posso farlo, ma non è il mio ruolo ideale».

Un trequartista che nell’ultimo mese ha segnato gol decisivi. Prima della finale c’era stato quello nella semifinale vinta a San Siro sul Milan.

«La partita più bella, però, l'ho giocata nel derby, senza segnare...».

Già, il campionato. La Champions sfumata è un rammarico quanto grande?

«Tanto. Abbiamo buttato via troppi punti, ma abbiamo anche pagato i numerosi infortuni avuti tra novembre e gennaio. Anch’io in quel periodo ho avuto problemi. Senza quegli stop adesso faremmo altri discorsi».

Ci riproverete l’anno prossimo.

«Assolutamente. Questa Coppa Italia deve essere il punto di partenza. E nella prossima stagione cercheremo di fare meglio pure in Europa League».

Le Coppe europee quest’anno sono state una dittatura inglese.

«La Premier non è meglio della Liga o della Serie A, ma in Inghilterra è più ampia la fascia di club che possono spendere tanto e allestire formazioni competitive. Però per me la squadra più bella è stata l’Ajax. Peccato sia stata eliminata».

L’Ajax che ha stregato tutti con i giovani. In Italia invece...

«Ma qualcosa sta cambiando, quest’anno in Serie A sono emersi tanti nuovi talenti, sia italiani sia stranieri. È un ottimo segnale».

Uno su cui si sente di puntare?

«È qui a Formello: Pedro Neto. Ha mezzi incredibili, il futuro è suo».

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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