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Nessuna rinuncia, il Milan cerca l'accordo con la Uefa: un anno senza Europa League per il bilancio in pareggio nel 2022

GIUSTIZIA SPORTIVA

L’anno di purgatorio del Milan, fuori dalle coppe per espiare i suoi peccati e tornare ripulito nel 2020-21, può concretizzarsi oggi pomeriggio. Il club, con la triade Boban-Maldini-Giampaolo al vertice della parte sportiva, è arrivato al dunque, con Boban al timone politico, sulla vicenda del mancato rispetto del fair-play finanziario. È atteso a Nyon l’annuncio della decisione sull’ipotesi di accordo con l’Uefa (il settlement non agreement, un patteggiamento "irrituale" fuori dal perimetro fin qui consueto), presentata ieri in Svizzera dai legali della società per sanare una posizione che rischia di condizionare anche il mercato e la prossima stagione sportiva.

C’è ancora suspence. L’Uefa puntualizza: «Il Club financial control body è un organo indipendente: in questa fase ogni decisione può essere presa soltanto da Cfcb, Milan e Tas».

La strada tracciata è la possibile esclusione del Milan dall’Europa League, per la quale Gattuso si era qualificato col quinto posto, a 1 punto da Atalanta e Inter: gli subentrerebbe nella fase a gironi la Roma, sesta, mentre il Torino, settimo, verrebbe ammesso ai preliminari. Questo esito è legato alla formula della decisione del Cfcb (che può anche chiedere un supplemento di documentazione): non una rinuncia del Milan, che comporterebbe il mancato subentro di una squadra italiana, ma una sanzione imposta. La previsione è appunto l’anno di esilio dalle coppe, più una multa (dai 5 milioni di euro in su), più l’eventuale limitazione della rosa nelle future edizioni.

L’obiettivo è di spostare dal 2021 al 2022 l’obbligo del pareggio in bilancio e di cumulare i due dossier aperti, sia quello al Tas di Losanna per il ricorso contro la sanzione (l’obbligo del pareggio al 2021) per il triennio 2014-17 sia quello alla camera giudicante per il triennio 2015-18.

Il Cfcb aveva rinviato la sentenza a dopo la decisione del Tas. Ma Losanna, in caso di accordo tra club e Uefa, dovrebbe a quel punto soltanto ratificare l’accordo stesso col cosiddetto consent award. Il nodo bilancio è cruciale: il 30 giugno il Milan rischia un deficit di 110 milioni. Spera di ridurlo con una plusvalenza (Donnarumma al Psg del neo ds Leonardo per 55 milioni), col taglio del monte ingaggi (25 milioni) e col tetto degli stipendi (2,5 milioni netti l’anno).

Al doppio contenzioso svizzero, eredità di Fininvest e Yonghong Li, rischia di aggiungersi lo spettro della causa ventilata in Lussemburgo nel 2018 dal misterioso ex proprietario cinese contro il fondo Elliott, che gli subentrò per il mancato pagamento di un debito di 32 milioni: il caso si starebbe riaffacciando, con richiesta di indennizzo. Lunedì Berlusconi, attribuendo il mancato ingaggio di Giampaolo nel 2016 alla bocciatura della cordata cinese all’epoca vincente (rappresentata da Nicholas Gancikoff), ha riacceso i riflettori sulla fase oscura pre-Li, contrassegnata poi dai no a Rybolovlev, padrone del Monaco, a due gruppi arabi e agli americani Ricketts e Commisso, neoproprietario della Fiorentina. Ombre di un passato prossimo che perseguita il Milan.

la Repubblica

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