Frattesi: “Gratitudine e responsabilità, giocare nella Lazio come difendere la mia famiglia”

Frattesi: “Gratitudine e responsabilità, giocare nella Lazio come difendere la mia famiglia”

Dichiarazioni

Condividi l'articolo

Davide Frattesi, protagonista di MySkills su Dazn, ai microfoni di Hernanes ha parlato della sua nuova avventura alla Lazio, dell’Inter e del rapporto con Roberto Mancini.

“Io da piccolo facevo l’attaccante, pensavo sempre positivo e questa cosa mi è rimasta.

Ogni volta che vedo un uno contro uno o un passaggio che potrebbe portare a un cross inizio a fare una corsettina non tanto forte. Poi mentre lui sta per fare l’ultimo passo provo a vedere bene dove sono i difensori e da lì andare a prendermi lo spazio. Ma questo dipende anche dai movimenti dei compagni: per esempio a Udine non ricordo chi è rimasto con i difensori: il difensore dell’Udinese si è staccato e per me si è aperto lo spazio in cui andare ad attaccare. Col Genoa stessa cosa, poi bisogna anche essere bravi chi fa il cross. Non è facile.

Con Nuno ogni tanto ci guardiamo e ci facciamo segnali con le braccia per dare soluzioni. Quando sono marcati bene io provo sempre ad anticipare il difensore perché è l’unica palla che riesce a mettere bene. Mentre se hanno più spazio provo sempre a fare un contro movimento: far finta di andare avanti e poi andare dietro al difensore o il contrario. Poi è più facile fare un cross rasoterra davanti, anche quando il compagno non guarda: è più facile la palla arrivi lì se non c’è tempo per guardare o minore coordinazione. Non è facile colpire in corsa, arrivi veloce e devi essere svelto con i piedi per arrivare a colpire bene la palla. Appena capisci che ti arriva dal passo lungo devi passare a uno velocissimo per arrivare a colpire. Provo sempre a rimanere un po’ di più durante l’allenamento per migliorare dove posso”.

“La mia famiglia a avuto un peso importante nella mia scelta di tornare. Da quando mia nonna è venuta a mancare ho sempre avuto il desiderio di tornare a stare in quella che era stata casa per tanti anni. Sono andato via a sedici anni e sono tornato a ventisei: dieci anni fuori casa sono stati bellissimi ma lunghi. Questo ha influito molto. Sono voluto venire io qui, anche parlando col mister sapevo ci fosse una situazione particolare e sto provando a dare una mano tutti i giorni in ogni modo possibile, anche con delle stupidaggini. La sento una cosa molto mia, anche il risultato mi cambia a livello umorale. È una cosa che mi pesa. Giocare per la Lazio è come difendere qualcosa di famiglia: andavo allo stadio con papà e fantasticavamo ogni tanto sulla possibilità di arrivare a giocare in prima squadra allo Stadio Olimpico. È una cosa che è partita tanto tempo fa ed è stata la chiusura di un cerchio per noi, per me, per la mia famiglia e per tutti i miei amici laziali. È stata una cosa molto bella”.

“Quando vado in progressione parto quasi sempre da centrocampo: vuol dire che ho ancora spazio sulla linea difensiva. Penso sempre che se mi sposto la palla e la spingo in avanti arrivo prima del difendente. E spesso mi tirano la maglietta e prendono il giallo. Non serve che gli vada tanto addosso, basta spostarla un po’: lui verrà verso di me e quando arriva me la spingo in avanti e gli taglio la strada. Poi puoi guardare se non c’è nessuno e lo aspetti per farti fare fallo o se c’è gente davanti e hai spazio per continuare”.

“Nella mia carriera ho sempre segnato tanto ma non ho fatto tantissimi assist. Per completare il cerchio bisogna iniziare a incrementarli, anche se poi se non fanno gol assist non te lo danno. Senza Maignan avremmo segnato col Milan”.

“Ha influito tanto. Ho già lavorato con lui in Nazionale e ho sempre visto che aveva tanta fiducia nei miei confronti. Anche perché l’anno scorso ho giocato poco o niente all’Inter e lui, nonostante questo, continuava a convocarmi in Nazionale, perché vedeva qualcosa in me. Ho pensato che potesse aiutarmi a tirar fuori qualcosa in più dopo un anno in cui non ho giocato e ho iniziato a dubitare un po’ di me stesso ance se non sono fatto così, ma uno anno è lungo. Ho pensato potesse aiutarmi a tirare fuori qualcosa che finora era mancato, soprattutto a livello mentale. È stato molto influente per quanto riguarda la scelta. Quando ti fidi di me e mi dai in mano qualcosa la difendo fino alla fine e faccio tutto il possibile per ripagare quanto mi hai dato. Per questo sento un legame con la Lazio, ma anche un sentimento di gratitudine e responsabilità per l’allenatore che si è fidato di me nonostante non giocassi da un anno. Questo senso di gratitudine mi spinge a fare più di quello che posso”.

“A me piace fare costruzione, soprattutto in un 4-3-3 che è un modulo che mi diverte. Il portiere dà palla al centrale, poi al terzino e da lì si apre un mondo. Se vengono a uomo hai tre o quattro giocate possibili. Preferisco quella con la palla che va alla mezzala, poi all’esterno e io vengo sotto a riprendere l’uno-due. Quelle sono cose che mi divertono. Il tiki-taka in generale non mi fa impazzire, perché almeno non sei il Barcellona dei bei tempi lo trovo un po’ noioso. Ma il Como per esempio gioca benissimo ed è bella da vedere perché una volta uscita poi va dritta in porta. E per questo fa bene: se in Serie A continui a girare la palla l’avversario si mette dentro l’area e o sei l’Inter che ha due attaccanti che fanno da soli o diventa difficile. Io sono più per una via di mezzo: ok il tiki-taka ma poi bisogna andare dritti”.

“Al Sassuolo ho giocato a due con Maxime Lopez e mi sono divertito tanto, avevo spesso la palla e c’erano tante giocate anche con il trequartista. Ma mi trovo meglio da mezzala a destra, dove è più facile giocare all’esterno. Se viene dentro e giochi col sinistro vuol dire che sei più libero e puoi ragionare di più con il piede non tuo. A destra mi trovo meglio. A Sassuolo ero in una squadra molto offensiva, nei primi sei mesi ho anche fatto qualche gol poi dopo il Covid ero a pezzi e si è spenta la vena realizzativa. Ma c’era gente forte, giocavo con Berardi ed è stata una delle mie cose preferite in campo. Ti dava la palla perfetta, mi sono divertito molto nei due anni”.