Lazio, coinvolgere è il verbo di Gattuso per la rivincita degli incompresi

Lazio, coinvolgere è il verbo di Gattuso per la rivincita degli incompresi

Rassegna stampa

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La rivincita degli incompresi è il capitale di questa Lazio.

Erano fuori dal perimetro, nascosti dalle delusioni e dall’indifferenza. Mandas, Tavares, Belahyane e Noslin sembravano contorno, ora sono valore e centralità. Gattuso ha creato a Formello un modello fondato sulla condivisione, muovendosi da mental coach. Ha cambiato la chimica della squadra senza lasciarsi condizionare dalle bocciature di chi lo aveva preceduto. Coinvolgere è il suo verbo preferito: la traccia più significativa. Ha concesso a tutti una nuova opportunità, modificando il rapporto fra i giocatori e la percezione del proprio peso nella Lazio. Ha saputo rivalutare anche quelli che a luglio si sentivano invisibili.

Mandas ha smesso di essere l’alternativa. Cercava responsabilità, dopo la lunga attesa alle spalle di Provedel e l’esperienza di sei mesi in prestito al Bournemouth. Gattuso l’ha scelto senza farsi attrarre da altre soluzioni di mercato come Di Gregorio. Il greco ha fatto la differenza con Bologna, Udinese e Milan. A Venezia ha parato il rigore a Yeboah, tenendo in piedi la Lazio nel primo tempo. Decisivo anche contro il Monza, quando la squadra ha attraversato un momento di blackout. 

Tavares ha ritrovato la sua natura: corsa, istinto verticale, energia, spontaneità. Sarri non si fidava di lui, non lo riteneva adatto al proprio sistema, lo considerava anarchico e fragile in marcatura, incline a spezzare la linea a quattro della difesa: l’opposto del suo terzino ideale. Gattuso ha rovesciato la prospettiva. Non gli ha chiesto di girare con il manuale di tattica sotto il braccio, ma di tornare a esprimersi con la libertà che gli mancava e rivendicava. Gli ha restituito il piacere di divertirsi e lo ha spinto a rinunciare alla comfort zone che gli offriva Farioli nel Porto. In un mese Nuno si è guadagnato la convocazione nella nazionale di Jorge Jesus e ha segnato il suo primo gol in Serie A. 

Belahyane era finito in soffitta anche con Baroni, che nel gennaio 2025 non aveva condiviso il suo acquisto: il suo obiettivo era Casadei. Diciotto mesi di equivoci e porte sbarrate, a interrogarsi sui nove milioni investiti. Sarri lo riteneva più adatto al ruolo di mezzala, ma gli imputava un limite profondo: la mancanza di ritmo e intensità. Gattuso ha raccontato che in ritiro, durante la preparazione estiva, sotto un sole di quaranta gradi, il marocchino era svenuto un paio di volte. Si era quasi arreso. Temeva che le sue caratteristiche e il suo fisico non fossero adatti a un calcio così esigente e selettivo. L’infortunio di Rovella ha ridisegnato la geometria della sua stagione. Ora Belahyane è una risorsa: ordine, pressing e dedizione. È uno di quei centrocampisti che si misurano nei chilometri, nelle coperture, nei raddoppi: sette tackle vinti, ventinove palloni recuperati e il 94% di passaggi riusciti. 

Noslin aveva un problema ancora più radicale: la posizione. Quando un attaccante non trova il luogo in cui le sue qualità diventano necessarie, rischia di risultare superfluo e indecifrabile. Gattuso gli ha cucito l’abito giusto: centravanti di manovra, falso nove, sponde e inserimenti. Gli ha dato un’identità precisa, evitando che si sentisse soltanto un jolly, una carta di riserva da usare in situazioni di emergenza. 
Un gruppo dipende anche da queste correnti sottili. Non finiscono nelle statistiche, ma indirizzano le partite. La Lazio è la somma di storie che sembravano interrotte e che oggi trovano spazio nel realismo di Gattuso: «Noi non c’entriamo niente con il primo posto». Un invito a tenere le scarpe piantate nel fango, anche se Fabiani ha indicato nella qualificazione europea la priorità della stagione. Una distanza di vedute che racconta il calcio libero e inclusivo di Rino: prima di fissare un traguardo, ha saputo restituire alla Lazio una dimensione e la possibilità di sorprendere. 

Corriere dello Sport