Lazio, numeri e gioco da schiacciasassi: meraviglia di fame ed umiltà

Lazio, numeri e gioco da schiacciasassi: meraviglia di fame ed umiltà

Rassegna stampa

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Uno schiacciasassi.

Ecco che cos’è questa incredibile, meravigliosa, implacabile Lazio, di nuovo capolista solitaria aspettando Venezia-Inter. Vince 6-2 a Reggio Emilia, sbaglia due rigori, domina in lungo e in largo il Sassuolo, penalizzato dalla sacrosanta espulsione di Thorstvedt dopo mezz’ora, ma già sull’1-3 al sedicesimo, tramortito da Taylor, Isaksen e dal primo centro in Serie A di Floriani. Poi Zaccagni e due volte Noslin, la seconda da cineteca, hanno chiuso il discorso, silenziando il sussulto d’orgoglio di Sebastiano Esposito.

Otto vittorie in nove giornate, la quinta consecutiva; un pareggio; 22 reti all’attivo e 7 al passivo; 25 punti su 27 a disposizione come mai era successo in 126 anni di storia; secondo attacco del torneo, dodici giocatori diversi a segno nella macchina da gol by Gattuso: Taylor, Isaksen, Floriani, Noslin, Zaccagni, Dele-Bashiru, Frattesi, Provstgaard, Tavares, Gudmundsson, Cancellieri, Pinamonti. Un giorno, Rino e i suoi ci racconteranno come abbiano fatto a costruire questo capolavoro, luce degli occhi per i diecimila in delirio a 440 chilometri da Roma, sugli spalti del Mapei dove si è trasferita in massa la Curva dell’Olimpico. Ecco un altro aspetto totalmente inedito per il calcio, non solo italiano, tant’è vero che sta facendo il giro del mondo la storia di questa Lazio, con la sua gente che desertifica la propria casa per protestare contro Lotito, epperò si mette sempre in viaggio per la maglia, dovunque venga indossata. Macina record su record, la prima della classe.

L’Orchestra Gattuso non stecca; al massimo si concede il pareggio con il Milan, poi la sinfonia ricomincia, grandiosa quanto imprevedibile grazie all’occupazione degli spazi nel 4-3-3 la Lazio sciorina terzini, centrali e mezzali che si alternano nelle diverse posizioni, esaltando lo stato di grazia dei solisti. Ogni volta di più, stilare le pagelle dei migliori diventa sempre un arduo esercizio, considerata la qualità delle loro prestazioni. Così come quasi pleonastico è ribadire che molti siano gli interpreti rimasti gli stessi di un anno fa, però quelli erano le copie, questi sono gli originali. È per questo che su tutto, sopra tutto, si staglia la figura dell’allenatore il quale, rilievo statistico non irrilevante, in Serie A ha una media di 1,92 a partita in capo alle 132 che ha diretto dalla panchina fra Milan, Napoli e Lazio.

Rino continua a ripetere come lo scudetto non lo riguardi e la sua gestione del primato ne riflette umiltà e saggezza. Massimo Maestrelli ha osservato che, per certi versi, questa Lazio gli ricorda la Lazio di papà Tommaso, con i terzini che fanno le ali e il signore in panchina che, come faceva papà Tommaso, riserva una cura quasi maniacale al rapporto con ogni giocatore, creando con loro un legame unico. Si capisce perché Lassù qualcuno li ama. Corriere dello Sport